
Il pianto disperato di Muniain a fine partita: l'Athletic ha perso la seconda finale europea della sua storia (foto Noticiasdenavarra.com).
Atletico Madrid: Courtois; Juanfran, Miranda, Godín, Filipe Luis; Mario Suárez, Gabi; Diego (90' Koke), Arda Turan (93' Domínguez), Adrián (88' Salvio); Falcao.
Athletic Club: Iraizoz; Iraola, Javi Martínez, Amorebieta, Aurtenetxe (46' Ibai Gómez); Iturraspe (46' Iñigo Pérez), Ander Herrera (63' Toquero), De Marcos; Susaeta, Llorente, Muniain.
Reti: 7' e 34' Falcao, 85' Diego.
Arbitro: Wolfgang Stark (Ger).
È finita nel peggiore dei modi, come mai avremmo voluto che si concludesse, un'avventura straordinaria che rimarrà comunque scolpita per sempre nella memoria di ogni tifoso e nella storia dell'Athletic Club di Bilbao. La delusione è tanta anche adesso, a mente fredda, e non potrebbe essere altrimenti visto il risultato della partita di ieri, reso ancor più amaro dalla bruttissima prestazione dei Leoni; tuttavia, non cambia di una virgola il sentimento di gratitudine e riconoscenza per i nostri giocatori, splendidi protagonisti di una cavalcata esaltante che ha portato migliaia di persone ad accorgersi per la prima volta della realtà biancorossa. Neppure la bruttissima sconfitta di Bucarest potrà cancellare le imprese di Old Trafford e Gelsenkirchen, la vittoriosa sofferenza con la Lokomotiv o la grande rimonta contro lo Sporting, e pazienza se ancora una volta siamo caduti proprio di fronte all'ultimo ostacolo: la vittoria dell'Athletic è riuscire a rimanere fedele alla propria filosofia, e questo titolo nessuno (se non noi stessi) ce lo potrà mai togliere.
Purtroppo ieri - come temevamo in parecchi - i giocatori hanno "sentito" troppo il match, sia a causa della scarsa esperienza in incontri del genere, sia perché la consapevolezza di giocare non solo per la gloria personale o della squadra pesa moltissimo in determinate occasioni; inoltre, credo che abbia pesato parecchio l'assenza di Gurpegi, l'unico elemento della rosa col carisma e il carattere per scuotere i propri compagni. Come già accaduto nella semifinale di andata a Lisbona, più che ad una grande prestazione degli avversari si è assistito a una scena muta dell'Athletic, nonché all'assenza del famoso "piano B" del quale Bielsa parlava mesi fa e che in pratica non è mai stato messo a punto, pecca questa tra le più gravi della gestione del Loco. Per dirla in poche parole, i Leoni per vincere devono giocare sempre meglio della squadra che si trovano di fronte, perché sono strutturalmente incapaci di aspettare per ripartire o anche solo di trovare delle varianti al loro gioco di possesso; un po' il ribaltamento di quanto successo con Caparros, che in quattro anni non riuscì a dare alternative alla sua idea di gioco diretto e spiccatamente difensivista. Ieri i bilbaini, sia singolarmente che a livello globale, sono stati molto al di sotto dei loro standard e all'Atletico è bastato condurre una partita accorta per aggiudicarsi la coppa senza troppi patemi. Diciamo pure che la fortuna non è stata dalla nostra, tra il gol incassato a freddo e quella palla che nella ripresa non voleva saperne di entrare, ma la vittoria dei colchoneros è stata comunque netta e meritata.
Un giornalista della Gazzetta scriverebbe che Simeone ha imparato ad allenare grazie all'esperienza italiana, mentre in realtà il Cholo si limita a riproporre il medesimo atteggiamento adottato da Sà Pinto in semifinale: il tentativo, chiaro, è quello di lasciare i centrali liberi dal pressing per concentrare l'interdizione a centrocampo e forzare il lancio per Llorente, controllato sempre da almeno due giocatori. Questa tattica aveva fruttato allo Sporting la vittoria casalinga e aveva messo a nudo le difficoltà dell'Athletic nell'affrontare un avversario schierato a protezione della propria area, soprattutto se dotato di interpreti offensivi di livello; Simeone imposta la gara proprio a partire da questa considerazione e ordina ai suoi di entrare subito in campo con grande aggressività per sfruttare la partenza lenta dei Leoni, raramente capaci di carburare prima del quarto d'ora. Il gol di Falcao al 7' nasce proprio da una palla persa a centrocampo (la terza dal fischio iniziale, dato indicativo) e si perfeziona grazie al talento del colombiano, che salta un Amorebieta troppo molle e insacca con un sinistro a giro sul secondo palo sul quale Iraizoz non può nulla. La partita si mette in discesa per l'Atletico, che si raccoglie dietro la metà campo in attesa solo di un altro errore avversario, ma l'Athletic lentamente esce dal torpore e prova ad esprimere il solito calcio ragionato, anche se la lucidità scarseggia ed emerge la tendenza che caratterizzerà quasi tutte le offensive zurigorri, ovvero la ricerca ossessiva dello sfondamento centrale. Su uno dei pochi cross dalle fasce Llorente va vicinissimo al pareggio (il suo destro al volo, sbucciato, esce comunque di poco), per il resto si assiste a troppe iniziative che si spengono di fronte al muro eretto al limite dell'area dell'Atletico. Solo in rari casi a qualcuno viene in mente di allargare il gioco o di provare il tiro da fuori, e peraltro quando Muniain sceglie di calciare da lontano impegna severamente Curtuois. Nel momento migliore dei Leoni, però, arriva come una mazzata il raddoppio colchonero, propiziato da un errore in disimpegno di Amorebieta che Arda Turan trasforma in un assist al bacio per Falcao, bravissimo a scherzare Aurtenetxe (invero inguardabile nel suo intervento) e a superare ancora una volta l'incolpevole Iraizoz.
All'intervallo Bielsa gioca il tutto per tutto e inserisce Ibai e Iñigo Pérez per Aurtenetxe e Iturraspe, spostando De Marcos nel ruolo di terzino sinistro e accentrando Muniain. Ai Leoni servirebbe una rete nei primi 5 minuti e alla prima azione per poco non ci scappa subito il 2-1: Bart Simpson fugge a destra, entra in area e cerca Llorente con un piattone sul palo lontano, trovando però il miracoloso intervento di Miranda che salva in spaccata. L'inizio sembra promettente, ma ben presto l'Athletic torna a sbattere contro la solidissima organizzazione difensiva degli avversari; i passaggi sbagliati, lo scarso movimento e la serata anonima di Llorente fanno il resto, e nonostante qualche bella iniziativa di un Ibai in grandissimo spolvero Curtois rischia poco. Intorno al 70' gli uomini di Bielsa costruiscono le occasioni migliori, una con Ibai (tiro al volo alto di poco) e l'altra, clamorosa, con Susaeta, liberato da un rimpallo a pochi metri dalla porta ma fermato da un intervento perfetto del portiere dell'Atletico. Insomma, non è serata e la terza rete dei materassai (firmata da Diego, che semina difensori in versione belle statuine) mette la parola fine a una partita già compromessa. La traversa finale colpita da Ibai è la fotografia perfetta della gara giocata dai bilbaini, anche se le immagini-simbolo di Bucarest rimarranno quelle dei giocatori dell'Athletic in lacrime: non semplici occhi lucidi da finale persa, ma vere e proprie crisi di pianto a cui c'è poco da aggiungere per spiegare il legame simbiotico tra club, squadra e tifosi che esiste a Bilbao.
Abbiamo perso. Abbiamo mancato un appuntamento forse irripetibile per scrivere una pagina di storia del calcio. Abbiamo lottato, sofferto e aspettato 35 anni per poi giocare una partita tra le peggiori dell'anno (il plurale non è casuale: anche i tifosi - compresi noi italiani - ieri erano troppo tesi, e troppo sconfortati dopo l'uno-due avversario). Tutto vero. Ma siamo ancora qui, a far vedere a tutto il resto del globo terracqueo che possiamo farcela, nonostante tutto e contro tutti. Con una squadra di ragazzi dai principi saldi e dal cuore grande così, una squadra di compaesani che non ha eguali in nessun altro campionato. Con una tifoseria pazzesca, che ieri ha perso la UEFA e oggi canta più forte di prima. Col nostro spirito indomabile, perché "un vasco nace donde quiere" e non importa essere di Bilbao per sentirselo sotto la pelle. L'Athletic ha perso, viva l'Athletic.
